Corso CLIL

La sigla CLIL indica un approccio di apprendimento innovativo che è stato introdotto anche in Italia, da circa un decennio. CLIL significa Content and Language Integrated Learning e prevede l’insegnamento di materie non linguistiche in lingua straniera.

Cos’è corso CLIL

Il corso CLIL si compone di una serie di lezioni, teoriche e pratiche, al termine delle quali si riceve una certificazione valida per insegnare materie curriculari, umanistiche e scientifiche, in lingua straniera.

Questo approccio all’insegnamento delle lingue straniere è molto utile per gli studenti: innanzitutto, può essere applicato nei diversi gradi di scuola, dalla scuola primaria all’ università. Non si tratta di un approccio classico, in cui il docente si preoccupa che gli studenti apprendano dettagli fondamentali di una lingua, come la grammatica, il lessico e la morfologia, ma affronta con gli allievi un argomento scolastico non in italiano.

Potrebbe quindi ad esempio, affrontare una lezione di storia in inglese, o di matematica in spagnolo. In questo modo, il CLIL stimola l’apprendimento della lingua in un modo più fluido e interattivo, spingendolo a migliorare le capacità di ascolto e di comunicazione.

A chi è rivolto il corso CLIL?

Trattandosi di un approccio all’insegnamento, i destinatari del corso CLIL sono i docenti. In particolare:

  • insegnanti di discipline non linguistiche provenienti da scuole secondarie di II grado
  • insegnanti di lingua straniera di scuole secondarie di I e di II grado
  • insegnanti della scuola primaria che desiderano introdurre il CLIL in via sperimentale nelle proprie classi
  • neolaureati che vogliono diventare insegnanti al pari di quelli appena citati.

I requisiti che ognuno di questi candidati deve avere sono:

  • possesso di un diploma di laurea, diploma di laurea di primo livello ovvero laurea magistrale o specialistica conseguita secondo l’ordinamento antecedente e successivo al DM 509/99
  • possesso di competenze linguistico-comunicative nella lingua straniera veicolare almeno a livello B2 o C1
  • possesso di competenze metodologico-didattiche acquisite attraverso un corso di perfezionamento erogato dall’università che offra almeno 60 crediti formativi.

Il corso CLIL: struttura e argomenti

Il corso CLIL consente di ottenere l’omonima certificazione riconosciuta dal MIUR. Una volta che l’insegnante acquisisce tutte le abilità fornite dal corso, può insegnare una disciplina non linguistica in lingua straniera in scuole primarie e secondarie, di I e II grado.

Possedere questa certificazione potrebbe rivelarsi utile in caso di graduatorie scolastiche, concorsi pubblici, o per insegnare in scuole straniere.

Il Corso è suddiviso in sei aree che comprendono tematiche di interesse generale, basi psicopedagogiche di didattica, fondamenti di linguistica e applicativi per imparare a insegnare secondo l’approccio CLIL, approfondimento della lingua straniera.

E’ poi previsto un Modulo 7 a scelta del partecipante in base alla lingua che vuole approfondire e un Laboratorio disciplinare. Il monte ore del corso è di 1.500 ore.

Al termine del corso, lo studente sarà sottoposto a una prova finale che consisterà nell’elaborazione e discussione di una tesi basata su una lezione CLIL in una specifica disciplina non linguistica.

In caso di esito positivo della prova finale, sarà rilasciato il Diploma di Corso di Perfezionamento in “Metodologia CLIL e didattica dell’insegnamento”.

BES e DSA significato

Da circa un decennio la scuola italiana si sta rendendo sempre più sensibile all’argomento dei disturbi dell’apprendimento e delle disabilità. Oggi, infatti, possiamo contare sul supporto di insegnanti qualificati che possono accompagnare l’alunno nel suo percorso scolastico, fino a raggiungere i suoi obiettivi di apprendimento.

Gli studenti con BES e DSA sono sempre più numerosi, un po’ per i nuovi metodi per la diagnosi dei disturbi, un po’ perché non si tratta più di argomenti tabù. E’ stato necessario, negli anni, ripensare alle modalità di insegnamento per favorire l’inclusione di questi ragazzi e tenerli al pari con il piano di studi dei loro compagni.

A questo proposito, abbiamo deciso di dedicare un articolo a questo argomento, evidenziando le differenze tra BES e DSA e andando ad analizzare le normative del MIUR circa i metodi di didattica inclusiva.

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BES e DSA: quali sono le differenze?

BES e DSA: cosa si indica con questi termini? Perché è importante distinguerli?

Innanzitutto, non si tratta della stessa cosa: non sono tutti dislessici allo stesso modo, come molte persone erroneamente pensano. L’acronimo DSA indica una serie di disturbi specifici dell’apprendimento, come dislessia, disgrafia, discalculia. Riguardano quindi principalmente l’andamento a scuola e nello studio.

BES, invece, indica un gruppo di studenti molto più complesso. I ragazzi con BES, infatti, sono alunni con bisogni educativi speciali, quindi con disabilità, difficoltà socioculturali, linguistiche, Disturbi Specifici dell’Apprendimento o problematiche simili.

Per riassumere, possiamo dire che DSA è un disturbo dell’apprendimento, BES indica un bisogno specifico dello studente. Mentre i DSA vengono diagnosticati da professionisti neuropsichiatri, i BES no e non esistono certificazioni che attestano un bisogno educativo speciale, in quanto sono innescati dalla condizione dello studente.

La distinzione è fondamentale per creare dei percorsi personalizzati per i singoli alunni, garantendo la migliore istruzione e inclusione possibile.

La normativa del MIUR per alunni con BES e DSA

Nel 2012, il MIUR ha emanato una Direttiva che approfondiva alcuni aspetti della legge 170/2010, la quale regolamenta le attività didattiche degli alunni con BES e DSA. La direttiva portava come titolo Strumenti d’intervento per gli alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica ed era atta a disciplinare le attività didattiche inclusive.

Veniva offerta una definizione dettagliata di BES, insieme ad una lista di difficoltà che questi alunni potevano incontrare. Per garantire loro la migliore istruzione, gli insegnanti dovevano essere preparati per portare un supporto speciale e personalizzato agli studenti.

Ogni insegnante è tenuto quindi a seguire dei programmi di studio e specializzazione specifici, per poter coprire il ruolo di tutore per ragazzi con BES.

Per quanto riguarda i ragazzi con DSA, la legge 170/2010 offriva una definizione di alcuni disturbi molto comuni, quali la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia ed emanava i principi del diritto allo studio di alunni con DSA. A ogni studente con disturbi dell’apprendimento spetta un percorso personalizzato efficace per metterlo alla pari con gli altri compagni.

Il MIUR ha offerto anche delle linee guida per generare piani didattici personalizzati basati su misure compensative e dispensative. Ciò significa che se da una parte vengono forniti agli alunni strumenti didattici per compensare i deficit dell’alunno, dall’altra egli deve essere esonerato da certi compiti, per non creare situazioni penalizzanti o di disagio.

La consapevolezza circa i disturbi dell’apprendimento sta aumentando di anno in anno e le soluzioni per garantire il successo di tutti gli alunni sono sempre più all’avanguardia. I docenti devono seguire percorsi specifici per supportare lo studio di questi ragazzi e non mancano poi soluzioni che coinvolgono anche i compagni e i familiari. L’obiettivo è quello di garantire la massima integrazione scolastica.

didattica inclusiva bes dsa

A giugno del 2021, è stato emanato, dal Ministero dell’Istruzione, il Decreto Ministeriale n. 188 circa la formazione del personale docente ai fini dell’inclusione degli alunni con disabilità.

Il decreto era stato previsto per la fine di gennaio 2021, accompagnato da un fondo di 10 milioni di euro da investire nella didattica inclusiva BES DSA. Ad oggi però i docenti sono ancora in attesa di ulteriori indicazioni circa lo svolgimento delle attività formative e le altre modalità per garantire l’inclusione agli studenti con bisogni educativi speciali.

Il monte ore delle lezioni è attualmente fissato in 25 ore, da svolgersi entro la fine del 2021.

BES e DSA: quali sono le differenze?

Importante al fine di comprendere appieno il Decreto Ministeriale n. 188 è la differenza tra BES e DSA. Cosa si indica con questi termini?

Con la sigla BES indichiamo i bisogni educativi speciali, che vanno a individuare quegli alunni che non solo necessitano di sostegno nello studio a scuola, ma anche di attenzioni ulteriori per via di uno svantaggio sociale, culturale, economico o linguistico.

I disturbi legati ai BES non sono solo quindi esclusivamente di tipo scolastico, ma riguardano l’individuo anche fuori dalle istituzioni educative.

DSA, invece, indica una serie di disturbi specifici dell’apprendimento quali il disturbo specifico di lettura, della compitazione, delle abilità scolastiche, aritmetiche ecc. Tra questi sono quindi inclusi dislessia, disgrafia, discalculia e molti altri.

Che cos’è il Decreto Ministeriale n. 188?

Il Decreto ministeriale n. 188, come anticipato, disciplina le modalità di intervento di formazione obbligatoria degli insegnanti che presentano nelle loro classi alunni con disabilità, per l’anno scolastico 2021/2022. L’obiettivo è quello di includere nell’apprendimento questi studenti e garantire loro la migliore istruzione.

Gli interventi si divideranno in unità formative della durata complessiva di 25 ore, da svolgere in presenza o a distanza. Secondo il Decreto, saranno necessarie anche prove pratiche di sperimentazione didattica e corsi di approfondimento personale e collegiale, il tutto osservato e documentato dalla scuola stessa.

A chi è rivolto il Decreto Ministeriale n. 188?

Le attività formative appena indicate sono destinate al personale docente nelle cui classi vi siano alunni con disabilità. In particolare, è rivolto a quegli insegnanti che non possiedono un titolo di specializzazione sul sostegno.

Gli insegnanti sono obbligati a seguire le attività formative, in nessun caso è previsto l’esonero dal servizio. E’ responsabilità del Dirigente scolastico assicurarsi che gli insegnanti prendano parte allo svolgimento delle attività formative.

Come avverrà il monitoraggio delle attività?

Il monitoraggio qualitativo dei percorsi di formazione avviene secondo le disposizioni fornite dalla Direzione generale per lo studente, l’inclusione e l’orientamento scolastico, presso la quale è costituito un Comitato tecnico-scientifico nazionale, per il coordinamento e il supporto delle attività indicate dal Decreto.

Ogni Ufficio scolastico regionale presenterà quindi il suo Comitato tecnico-scientifico, il quale farà riferimento ai Dirigenti scolastici delle Scuole-polo per la formazione e ai Gruppi di lavoro interistituzionali regionali.

Indicazioni sulle risorse finanziarie per la didattica inclusiva

Il Decreto Ministeriale n. 188 cita anche l’argomento delle risorse finanziarie, destinate alle finalità di formazione degli insegnanti per la didattica inclusiva BSE DSA. Come già anticipato, sono già stati stanziati 10 milioni di euro per l’anno 2021, ripartiti tra le Scuole-polo regionali per la formazione dei docenti.

La somma di denaro destinata alla singola scuola dipende dalla percentuale di docenti non in possesso del titolo di specializzazione, che insegnano in classi con alunni con disabilità. Sarà quindi necessario operare un censimento e raccogliere informazioni circa la situazione della didattica inclusiva nella scuola.

agatos service assistal

Si tratta di un progetto formativo per tecnici saldatori che fornisce una qualificazione professionale e chance occupazionali presso le imprese operanti nel comparto impiantistico

ROMA – Assistal, l’Associazione nazionale costruttori di impianti, dei Servizi di Efficienza Energetica – ESCo e Facility Management nata nel 1946 e aderente a Confindustria, insieme alla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale – ente no profit che opera senza vincoli territoriali nei campi della Sanità, della Ricerca scientifica, dell’Assistenza alle categorie sociali deboli, dell’Istruzione e Formazione, dell’Arte e Cultura – danno il via al progetto “Training for inclusion of welders”.
Il progetto è finalizzato a favorire l’integrazione sociale di persone in condizioni di fragilità, quindi a fornire una qualificazione professionale e chance occupazionali presso le imprese operanti nel comparto impiantistico. Da una recente indagine, si evince che tra le diverse figure professionali, i “saldatori” qualificati sono molto richiesti dalle imprese, pertanto Assistal ha scelto di creare un piano formativo focalizzato sulle tecniche “MIG/MAG a filo continuo”; al termine delle attività didattiche sarà previsto un esame finale, con conseguimento della qualifica di saldatore.

Il progetto formativo per tecnici saldatori è articolato in varie fasi: nella prima fase avviata il 15 giugno, Agatos Service Srl, partner specialista nell’erogazione di “servizi speciali dedicati alla persona”, ha avviato i primi colloqui a Mazara del Vallo (TP), cui seguirà una fase di orientamento degli allievi prima dell’inizio delle attività formative.  Nel mese di agosto, Assistal con la collaborazione di CFS Group Srl, azienda leader nel settore della saldatura, avvierà le prime lezioni del progetto formativo “Training for inclusion of welders”.

“Le azioni previste nel progetto sono concepite in modo integrato per agevolare gli allievi e offrire il massimo sostegno durante  l’intero percorso educativo e formativo, infatti saranno guidati nella prima fase di orientamento e  nelle successive fasi di apprendimento teorico e pratico; l’ampio ricorso a metodologie laboratoriali consentirà ai partecipanti di acquisire le necessarie abilità professionali, da consolidare nel successivo periodo di stage, concepito per offrire una esperienza significativa in azienda. La fase conclusiva di accompagnamento restituirà ai partecipanti un bilancio delle competenze acquisite utile per effettuare le successive scelte professionali”, afferma Assistal. L’associazione realizza costantemente percorsi educativi e formativi, volti a promuovere la cultura, a creare nuove identità professionali, a rafforzare le competenze di persone occupate, non occupate, disoccupate; nel corso degli anni ha portato a termine con successo percorsi dedicati anche alle categorie svantaggiate, sostenendo le persone più fragili come quelle dell’Istituto penitenziario Roma Rebibbia, per il successivo reinserimento sociale e professionale. Assistal, da anni è impegnata a contrastare la emarginazione sociale al fine di promuovere una crescita inclusiva.

“Siamo molto contenti” – ha affermato Angelo Carlini, presidente Assistal – “di intraprendere questo nuovo progetto insieme alla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale che ringrazio per il supporto. Sono convinto che per consentire a tutte quelle persone di realizzarsi e di entrare a pieno nella nostra società, sia necessario favorire il binomio indissolubile tra integrazione e qualificazione. Il progetto appena inaugurato risponde a tutte le necessità, a partire da quelle delle persone coinvolte fino a quelle delle imprese del comparto che hanno bisogno di lavoratori altamente qualificati e specializzati”.

“La Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale ha sposato con convinzione questo progetto, perfettamente in linea con gli obiettivi che la nostra azione da sempre persegue – ha commentato il presidente Emmanuele F. M. Emanuele –. La formazione sul campo, così come l’istruzione universitaria e post-universitaria, rientrano, per mia precisa volontà, tra le nostre priorità statutarie. Sono infatti persuaso che per combattere le gravi emergenze che ci affliggono, ovvero la disoccupazione, la povertà educativa e le diseguaglianze sociali, sia assolutamente prioritario fornire ai giovani gli strumenti e le competenze per poter trovare un lavoro e rendersi indipendenti, senza ricorrere al semplice assistenzialismo che, purtroppo, è una misura emergenziale e ha valenza soltanto nel breve periodo. Il fatto, poi, che questo progetto si rivolga a stranieri immigrati in regola con il permesso di soggiorno, è particolarmente significativo perché unisce al valore della formazione anche quello dell’inclusione e della coesistenza dei popoli”.

Come diventare coordinatore alla sicurezza

Il D.Lgs 81/2008 tratta anche le normative relative alla sicurezza nei cantieri edili. In questi luoghi di lavoro, infatti, non solo vi sono numerosi rischi per la salute dei lavoratori, ma spesso più aziende guadagnano l’appalto del cantiere e devono collaborare nello stesso luogo.

Ciò significa che, in merito alla sicurezza, serve una figura professionale che si preoccupi di coordinare le varie attività del cantiere, con un occhio di riguardo all’incolumità degli addetti.

Per ridurre considerevolmente i rischi legati al lavoro nei cantieri edili, il D.Lgs 81/2008 ha introdotto due figure fondamentali: i coordinatori della sicurezza nei cantieri.

I coordinatori sono di due tipi: CSP e CSE, ovvero rispettivamente il coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione e il coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione.  Il coordinatore per la progettazione ha il compito di redigere il POS, Piano Operativo di sicurezza, dove sono previsti i rischi specifici legati alle operazioni in cantiere.

Invece, il coordinatore della sicurezza in fase esecuzione deve preoccuparsi dell’attuazione di questo piano.

Requisiti Minimi del Coordinatore per la Sicurezza

Trattandosi di figure professionali molto importanti per la sicurezza nei cantieri, i coordinatori per la sicurezza devono presentare dei requisiti minimi, come specificato nel Testo Unico per la Sicurezza:

  • Aver conseguito almeno il diploma di Geometra, Perito industriale, Perito agrario, Perito Agrotecnico o una laurea triennale o magistrale in facoltà come Scienze dell’Architettura e dell’Ingegneria Edile, Ingegneria dell’Informazione, Ingegneria Civile e Ambientale e molte altre simili;
  • Aver maturato esperienza documentata nel settore delle costruzioni (edilizia)
  • Aver concluso un Corso per Coordinatore della Sicurezza con verifica finale dell’apprendimento.

Il corso di Coordinatore della Sicurezza CSP CSE

Tra i requisiti minimi per diventare coordinatori per la sicurezza sui cantieri, vi è il corso di coordinatore della sicurezza CSP CSE.

Per conseguire l’attestato è necessario frequentare 120 ore di apprendimento con verifica finale delle conoscenza acquisite. Il corso può essere organizzato dalle regioni, dall’ISPESL, dall’INAIL, dall’Istituto italiano di medicina sociale, dagli ordini o collegi professionali, dalle Università, oppure ancora dalle Associazioni Sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori o da Organismi paritetici istituiti nel settore dell’edilizia.

Il corso prevede una parte teorica e una pratica ed è quindi fondamentale la presenza in aula.

Nomina del Coordinatore della Sicurezza CSP CSE

Quando si decide di costruire qualunque edificio, vi è sempre un committente, ovvero colui che richiede il lavoro e che sceglie anche a quali aziende affidarsi per ultimare il progetto. La nomina del coordinatore della sicurezza per la progettazione e il coordinatore sicurezza per l’esecuzione è obbligatoria qualora nel cantiere vi siano due o più imprese esecutrici.

La nomina non è, invece, necessaria quando il committente si affida a una sola impresa esecutrice. Anche nel caso in cui vi sia un’impresa affidataria che subappalta i lavori ad un’altra impresa non è necessaria la nomina di coordinatore della sicurezza. Tuttavia, in quest’ultimo caso, la prima impresa, quella che offre il subappalto, non deve mai presentarsi in cantiere.

Inoltre, vi è un altro caso in cui la nomina del CSP non è necessaria: quando i lavori privati sono di importo inferiore ai 100.000 euro. Nel caso appena illustrato, è sufficiente nominare un CSE.

La nomina dei coordinatori per la sicurezza è responsabilità del committente del lavoro. Anche se i coordinatori per la sicurezza sono gli stessi per tutte le imprese coinvolte nei lavori, ognuna di loro avrà il suo personale Piano Operativo di sicurezza, in quanto ognuna delle mansioni potrebbe presentare dei rischi diversi.

insegnare con metologia clil

La sigla CLIL significa Content and Language Integrated Learning. Si tratta di una metodologia che porta all’apprendimento integrato di competenze linguistico comunicative e disciplinari, in lingua straniera.

Quando si decide di studiare in determinate scuola italiane o nel mondo, oppure di trasferirsi all’estero per cercare nuove opportunità di lavoro, un requisito fondamentale è la conoscenza delle lingue straniere. A maggior ragione, questo requisito è fondamentale se una persona desidera insegnare una disciplina scolastica in lingua straniera.

Per fare questo, servono delle certificazioni valide e riconosciute a livello europeo, le quali attestino le competenze didattiche e linguistiche dell’insegnante.

Il corso CLIL è una certificazione che si ottiene a seguito di un corso dedicato all’apprendimento dell’insegnamento delle materie scolastiche in lingua straniera. Non si tratta dell’insegnamento di una lingua straniera in senso stretto, in cui si studia la grammatica, il lessico e la morfologia della lingua stessa, ma di affrontare una materia, solitamente umanistica, in lingua straniera.

A chi serve il CLIL?

Il CLIL è fondamentale per quelle figure professionali che desiderano insegnare materie curriculari della scuola secondaria in lingua straniera. Quindi, è rivolto a:

  • Docenti e aspiranti docenti di discipline non linguistiche di scuole secondarie di II grado
  • Docenti di lingua straniera di scuole secondarie di I e di II grado
  • Docenti della scuola primaria che desiderano introdurre il CLIL in via sperimentale nelle proprie classi
  • Laureati che vogliono diventare insegnant,i come quelli appena citati.

Requisiti minimi per accedere al CLIL

Per accedere all’approccio CLIL, bisogna almeno aver conseguito la laurea magistrale o specialistica, conseguita secondo l’ordinamento antecedente e successivo al DM 509/99.

Inoltre, l’insegnante che desidera accedere all’approccio CLIL dovrà possedere competenze linguistico-comunicative nella lingua straniera veicolare almeno a livello B2 o C1.

Infine, dovrà essere anche in possesso di competenze metodologico-didattiche acquisite attraverso un corso di perfezionamento erogato da un Università, che offra almeno 60 crediti formativi.

Il corso CLIL

Il corso CLIL consente di ottenere l’omonima certificazione riconosciuta dal MIUR. Questa attesta le competenze acquisite per l’insegnamento di una disciplina non linguistica in lingua straniera e serve in caso di graduatorie scolastiche, concorsi pubblici, ma anche lezioni private e insegnamento in alcune scuole straniere.

Il programma del corso si divide principalmente in tre aree:

  1. Basi psicopedagogiche di didattica
  2. Fondamenti di linguistica e applicativi per imparare a insegnare secondo l’approccio CLIL
  3. Conoscenza della lingua straniera e il suo approfondimento

Il corso di concluderà poi con una prova finale. Questa consisterà nell’elaborazione e discussione di una tesi basata su una lezione CLIL in una specifica disciplina non linguistica.

Durante il corso, invece, saranno previste delle verifiche dell’apprendimento. Esso ha una durata di 1500 ore con 60 crediti formativi previsti. Al termine di questo lasso di tempo, il candidato otterrà il Diploma di Corso di Perfezionamento in “Metodologia CLIL e didattica dell’insegnamento”.

Vantaggi del CLIL per gli studenti

  • Il metodo CLIL può essere applicato in diverse classi scolastiche
  • Consente di apprendere allo stesso tempo una lingua straniera e una materia scolastica
  • Motiva l’alunno a utilizzare la lingua straniera in classe, stimolando l’apprendimento della stessa e anche la comunicazione
  • Offre un approccio multiculturale e multidisciplinare del sapere
  • Si tratta di un approccio più coinvolgente e che suscita anche maggiore interesse negli alunni.
coordinatore della sicurezza

Nel D.Lgs 81/2008 sono specificati anche gli adempimenti riguardo la sicurezza nei cantieri edili. Si tratta di un tema molto importante che non bisogna sottovalutare, perché purtroppo questi luoghi di lavoro presentano non poche insidie.

Per ridurre considerevolmente i rischi legati al lavoro nei cantieri edili, il Decreto ha illustrato obblighi e responsabilità delle varie figure che devono essere nominate e a cui compete la tutela dei lavoratori.

Vediamo, nei prossimi paragrafi, chi sono i coordinatori della sicurezza nei cantieri e quali sono le loro responsabilità.

CSP e CSE: i ruoli

CSP è la sigla che si riferisce alla figura del coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione, mentre CSE indica il coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione. Queste due figure, come esplicitato nel Decreto, hanno la responsabilità della tutela dei lavoratori in cantiere. Il loro compito principale è quello di pianificare le attività in modo da far emergere, già in questa fase, le scelte tecniche e organizzative più efficaci a garantirne lo svolgimento in sicurezza.

In questo modo, i rischi legati al lavoro si fanno più prevedibili e mitigabili. Essi devono inoltre redigere il POS, Piano Operativo di sicurezza, dove sono raccolti i rischi specifici legati alle operazioni in cantiere.

Per produrre questo documento, il coordinatore per la progettazione deve individuare le fasi dei lavori ed effettuare l’analisi dei rischi presenti. I rischi di cui si deve preoccupare sono quelli che hanno rilevanza in termini di danno atteso.

Il coordinatore della sicurezza in esecuzione, invece, si preoccupa dell’attuazione di questo piano. Si tratta della figura che segue l’andamento dei lavori, vigila ed interviene per riprogettare la sicurezza quando necessario.

Non sono necessarie entrambe le figure professionali quando si è in presenza di una sola impresa in cantiere. A questo punto, è il datore di lavoro a dover garantire la sicurezza dei lavoratori nell’ambito della propria organizzazione attraverso l’analisi dei rischi e la stesura del POS.

In cantiere ci sono più imprese: come funziona?

Può succedere che il committente del lavoro appalti i lavori a più imprese esecutrici. Per non parlare poi della possibilità di rivolgersi ad aziende subappaltatrici. Come ci si regola in questi casi?

Come già detto, vengono designati, dal committente dei lavori, un coordinatore per la progettazione e uno per l’esecuzione dei lavori. Ognuna delle due imprese avrà il suo personale POS in base ai rischi legati alle lavorazioni. Questo perché l’analisi dei rischi specifici propri dell’impresa non rientrano tra gli obblighi del CSP.

Una volta cominciati i lavori, il CSE si occupa della vigilanza di tutte le imprese coinvolte. Un altro suo compito è quello di valutare le proposte delle imprese esecutrici in merito al miglioramento della sicurezza in cantiere.

RLS quando va nominato

All’interno del D.Lgs. 81/2008, vi sono anche le indicazioni per eleggere uno o più Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) in azienda.

Il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza è il portavoce dei lavoratori all’interno di un’azienda. Viene eletto dai lavoratori e rimane in carica, di norma, per 3 anni. Alla scadenza di questo periodo, può essere eletto di nuovo.

Eleggere un RLS è obbligatorio?

L’elezione di un Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza è obbligatoria in ogni azienda con almeno un lavoratore. Nelle aziende che non superano i 15 lavoratori, l’RLS viene designato scegliendo un membro dello staff interno, mentre, quando si supera questa cifra, solitamente si preferisce eleggere l’RLS tra le rappresentanze sindacali.

Un altro adempimento a cui bisogna prestare attenzione è il numero di rappresentati dei lavoratori da eleggere, il quale varia in base alla formazione aziendale:

  • si elegge un solo Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza in aziende con al massimo 200 lavoratori;
  • si eleggono tre Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza in aziende con al massimo 1000 lavoratori;
  • si eleggono sei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza in aziende più di 1000 lavoratori.

L’elezione dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza avviene di norma in corrispondenza della giornata nazionale per la salute e sicurezza sul lavoro (in Italia è il 28 aprile).

L’elezione di un Rappresentante dei Lavoratori è un diritto dei dipendenti aziendali, ma non è un obbligo. L’articolo 47 del D.Lgs 81/2008 infatti non specifica l’esistenza di sanzioni in merito alla mancata elezione di questa figura.

Le sanzioni scattano solo nel caso in cui il Datore di lavoro non richieda il nominativo del Rappresentante scelto dai lavoratori. A questo punto, l’INAIL assegnerà Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriale.

Chi è l’RLS?

Secondo l’articolo 50 del D.lgs. 81/08, l’RLS ha dei compiti specifici:

  • affianca il Datore di Lavoro nella valutazione dei rischi;
  • affianca il Datore di Lavoro sulla designazione del RSPP, degli addetti antincendio, degli addetti al Primo soccorso e del medico competente;
  • viene consultato in merito all’organizzazione della formazione e ispezioni;
  • verifica che le misure di prevenzione e protezione dai rischi siano idonee a garantire l’incolumità dei lavoratori. In caso contrario, è autorizzato a contattare le autorità competenti;
  • può consultare il documento valutazione dei rischi e accedere ai luoghi in cui si svolgono le lavorazioni;
  • può approfittare di un monte ore di permessi retribuiti per agevolare lo svolgimento della sua attività.

Quando non si elegge un RLS?

L’RLS si può non eleggere solo in alcuni casi:

  • Imprese familiari
  • Aziende dove sono impiegati solo lavoratori a progetto
  • Lavoratori a domicilio.

Obblighi del Datore di Lavoro nei confronti dell’RLS

Il Datore di lavoro ha l’obbligo di formare l’RLS e di comunicare all’INAIL su chi è ricaduta la scelta.

Il corso di formazione per RLS consiste in 32 ore, con corso di aggiornamento RLS annuale di sole 4 ore. Queste lezioni vertono su argomenti legati alla sicurezza sui luoghi di lavoro: prevenzione dei rischi, principi giuridici comunitari in materia di salute e sicurezza sul lavoro, obblighi delle varie figure professionali, comunicazione tra dipendenti e dirigenti.

La formazione dell’RLS può avvenire anche a distanza, in quanto non sono previste esercitazioni pratiche.

Per quanto riguarda la comunicazione dell’elezione all’INAIL, il datore di lavoro è obbligato a renderla nota tramite via telematica, come specificato dall’articolo 18 del decreto legislativo 81/2008.

Importanza del corso Antincendio

Il Decreto Legislativo 81/08 rende obbligatorio lo svolgimento di corsi antincendio in azienda, in modo da preparare i lavoratori designati, cioè quelli incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione e gestione degli incendi, affinché sappiano come reagire di fronte alle emergenze.

L’obiettivo dei corsi è formare i dipendenti incaricati della gestione delle emergenze, in modo che reagiscano prontamente, e indichino ai colleghi di lavoro le attività necessarie per mettersi in salvo ed evitare incidenti.

Obblighi del datore di lavoro

Il datore di lavoro deve obbligatoriamente designare i lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi, nonché provvedere alla formazione del personale.

Deve quindi organizzare dei corsi antincendio con l’ausilio di aziende dedicate alla formazione dei lavoratori, come Agatos Service.

Questi possono essere di diverso tipo in base alle dimensioni e alla tipologia dell’azienda.

A seconda di queste due variabili, i corsi si dividono in:

  1. Corso Antincendio Rischio Basso
  2. Corso Antincendio Rischio Medio
  3. Corso Antincendio Rischio Alto
  4. Corso di Aggiornamento Antincendio

Il datore di lavoro può affidarsi al servizio di prevenzione e protezione (SPP) per individuare i lavoratori più adatti per il compito di responsabili dell’emergenza e anche per valutare le condizioni dell’azienda.

Cosa insegna il corso antincendio

L’importanza del corso antincendio risiede proprio negli argomenti che vengono trattati: se opportunamente formati in base al programma didattico, i lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione e lotta contro gli incendi possono davvero fare la differenza durante una situazione critica.

Essi possono guidare i propri colleghi, durante l’emergenza, per raggiungere in fretta le uscite e spingerli ad adottare i comportamenti più corretti. Il rischio è sempre quello che le persone si lascino prendere dal panico e adottino comportamenti disordinati che peggiorano ulteriormente la situazione.

Grazie ai corsi antincendio, i lavoratori possono apprendere le prime manovre da attuare in caso di emergenza, in modo da salvare la vita ai colleghi e a se stessi.

I corsi affrontano argomenti simili, ma più complessi a mano a mano che si innalza il livello di rischio presente in azienda. Ogni impresa, infatti, viene individuata da un codice ATECO a cui corrisponde poi un determinato corso.

Ogni corso antincendio prevede una parte teorica, che affronta le situazioni più comuni che si verificano durante gli incendi e illustra come mitigarle. Vengono presentati i dispositivi di protezione e di lotta contro le fiamme, come gli estintori e altre misure di prevenzione.

Dopo una prima parte teorica, si passa alla pratica, che consiste in esercitazioni e simulazioni di incendio.

Il personale viene quindi addestrato per prepararsi ad affrontare le situazioni di emergenza più comuni e ad adottare i comportamenti più corretti.

Al termine di ogni corso, i lavoratori vengono sottoposti a una verifica di apprendimento.

Durata dei corsi antincendio

La durata di un corso antincendio varia a seconda della classificazione del rischio aziendale. Per la formazione degli addetti a rischio basso, la durata minima prevista è di 4h, per i rischi medi di 8h ed elevati 16h. Questi corsi, richiedendo una parte pratica, non possono essere svolti da remoto, ma solo in aula. Tuttavia, fa eccezione solo il corso antincendio a basso rischio che può essere svolti anche in videoconferenza.

E’ importante poi che i lavoratori svolgano corsi di aggiornamento ogni tre anni e acquisiscano un attestato, in conformità a quanto richiesto dal D.Lgs. 81/08.

corso di primo soccorso

Il D. Lgs 81/2008 riporta le disposizioni circa le modalità di primo soccorso all’interno di un’azienda e disciplinano gli obblighi del datore di lavoro su questo tema.

In particolare, è l’articolo 45 a illustrare tutte le modalità per organizzare al meglio e secondo la legge, le manovre di primo soccorso in azienda.

Obblighi del datore di lavoro

Il datore di lavoro ha l’obbligo di prendere i provvedimenti necessari in materia di primo  soccorso e di assistenza medica di emergenza, accordandosi con il medico competente, se nominato. Il datore di lavoro dovrà tenere conto della tipologia e delle dimensioni della sua azienda per adempiere ai propri obblighi al meglio.

I requisiti minimi per essere in regola riguardano la strumentazione di primo soccorso e la formazione del personale, le quali devono essere adeguate per un intervento immediato ed efficace.

Il datore di lavoro ha quindi l’obbligo di redigere un piano aziendale di primo soccorso in cui vengano illustrati i compiti dei lavoratori e i comportamenti da assumere in caso di emergenza.

Questo piano di primo soccorso deve essere ovviamente condiviso con i lavoratori dell’azienda, insieme alle direttive sui numeri di emergenza e la strumentazione di cui l’impresa è dotata.

L’ultimo passaggio per essere in regola è organizzare degli incontri formativi con i membri dello staff aziendale.

Perché è importante il primo soccorso in azienda?

Individuare gli addetti al primo soccorso in azienda e formarli, al fine di garantire un intervento pronto ed efficace, significa anche garantire una prima gestione ordinata ed efficiente dell’emergenza.

Gli addetti vengono selezionati in numero proporzionale ai lavoratori totali dell’azienda e sono sottoposti a un percorso formativo, sia teorico e pratico.

Le conoscenze principali che acquisiranno questi addetti saranno legati al riconoscimento emergenza sanitaria e all’intervento di primo soccorso. Conoscere come operare in queste situazioni è fondamentale per non complicare ulteriormente l’emergenza e per fornire un primo supporto ai colleghi in attesa dei soccorritori.

I corsi di primo soccorso offrono degli scenari che potrebbero davvero accadere nel corso di un’emergenza, per insegnare agli addetti a come mitigare il pericolo e offrire un primo soccorso alle vittime. Simulano poi quelle situazioni che vanno evitate, gli errori più frequenti che possono mettere in pericolo le persone e le emergenze che richiedono prontezza.

Questo rende i lavoratori preparati ad affrontare una potenziale situazione di rischio o pericolo. La preparazione degli addetti aiuta a mitigare il senso di confusione che si crea nei momenti di emergenza e a supportare altre persone che sono coinvolte nel drammatico evento.

L’intervento di un lavoratore preparato può davvero fare la differenza per la vittima di un incidente sul lavoro. In attesa dei soccorritori, un dipendente potrebbe, per esempio, riportare una vittima alla corretta respirazione e salvarle la vita.

Le situazioni di emergenza possono essere davvero le più disparate ed è per questo che il datore di lavoro non può sottovalutare alcun dettaglio all’interno della sua azienda. La valutazione dei rischi deve essere presa con impegno e non vissuta come un mero obbligo. Una disattenzione, infatti, potrebbe costare la vita a un lavoratore e danneggiare irrimediabilmente l’azienda.