coordinatore della sicurezza

Il Coordinatore della Sicurezza è oggi tra le figure più richieste dalle aziende, per quanto riguarda la tutela della salute sul luogo di lavoro. Sulle principali piattaforme di assunzioni si possono notare innumerevoli annunci di imprese che necessitano di questo ruolo.

Perché è così richiesto e importante? Scopriamolo insieme.

Chi è il Coordinatore della sicurezza e chi può farlo

Il Coordinatore della sicurezza è una figura importantissima e obbligatoria, da individuare all’interno dei cantieri edili. Egli si occupa infatti di tutti gli aspetti che riguardano la sicurezza sul posto di lavoro, riducendo drasticamente il rischio di infortunio, incidente o malattia professionale.

E’ il datore di lavoro, ossia il committente dell’opera, a dover individuare questa figura. Il suo compito è di due tipi: redigere il piano di coordinamento per la sicurezza in fase di progettazione, e monitorare i lavoratori in fase di esecuzione dell’opera, assicurandosi che tutti rispettino le misure di sicurezza individuate nel piano.

Coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione e di esecuzione

Si tratta di due ruoli che vanno obbligatoriamente individuati all’interno dei cantieri edili. Possono essere svolti dalla stessa persona o da due differenti. Il primo si occupa dell’analisi del posto di lavoro, individuando i rischi presenti al suo interno e predisponendo un piano di sicurezza e di coordinamento contenente le misure da adottare per ridurre i rischi.

Il coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione è, invece, colui che controlla il piano, organizza le attività di lavoro rispettando le misure di sicurezza, controlla che tutti all’interno del cantiere le rispettino e segnala tempestivamente al committente qualsiasi inosservanza. Egli può persino sospendere i lavori in caso di pericolo grave o imminente o a fronte di inadempimenti da parte dei lavoratori in cantiere.

Requisiti del coordinatore per la sicurezza

Non tutti in cantiere possono assumere il ruolo di coordinatore per la sicurezza. Il motivo è presto detto: non è semplice individuare tutti i rischi presenti sul posto di lavoro e porvi rimedio. I requisiti minimi per diventare Coordinatore della Sicurezza sono: il possesso di una laurea in ingegneria o architettura, o diploma di geometra o perito industriale, ma anche esperienza documentata nel settore delle costruzioni e attestato del Corso per Coordinatore della Sicurezza con verifica finale dell’apprendimento.

Noi di Agatos Service eroghiamo il Corso per Coordinatore della Sicurezza con relativo aggiornamento. Esso ha durata di 120 ore complessive ed è possibile partecipare anche da remoto alle lezioni.

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L’elevata domanda di coordinatori per la sicurezza

Come già accennato, la domanda di coordinatori per la sicurezza nelle aziende è elevata. Non sono in molti, in effetti, a ricoprire questo ruolo: i requisiti minimi sono molto severi e non tutti possono accedervi.

Non sono quindi in tanti a possedere la qualifica, anche se la domanda è elevata. Inoltre, la parcella di un professionista di questo tipo può arrivare anche a 3.500 €. Chiaramente, il compenso ricevuto da un coordinatore della sicurezza varia sensibilmente in base all’attività svolta e al committente.

Nei cantieri è, dunque, necessaria la figura del coordinatore per la sicurezza, sia perché è obbligatoria l’individuazione, sia perché può letteralmente salvare la vita ai lavoratori. La formazione, in questo caso, è importantissima e da non sottovalutare.

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PES PAV per Addetti ai Lavori Elettrici

Quando ci sono dei lavori in corso e nella loro vicinanza c’è una qualunque fonte di energia elettrica, gli operatori che sono alle prese con lo svolgimento dei lavori sono esposti a pericoli per la loro salute. Tale pericolo in questi casi si chiama rischio  elettrico per la cui valutazione ci si affida alle figure di PES, PAV, PEI

Si tratta di 3 figure estremamente importanti nella gestione del rischio elettrico. Scelte dal datore di lavoro, il quale decide di affidare il compito di vigilare sulla sicurezza dei lavoratori a 3 soggetti che vengono formati con appositi corsi di formazione. 

In questo post ci occuperemo proprio di tutto ciò che ti servirà per conoscere il rischio elettrico, come si valuta e qual è la normativa di riferimento. Inoltre conosceremo quali possono essere le maggiori conseguenze di un rischio elettrico nel caso in cui non venga valutato e tenuto sotto controllo.

Rischio elettrico: cos’è

Iniziamo subito dal fulcro del discorso e quindi cerchiamo di conoscere il rischio elettrico. Ce ne offre una definizione il Testo Unico per la Sicurezza sul Lavoro: 

deriva dal contatto diretto o indiretto con una parte attiva e non protetta di un impianto elettrico, così come il rischio d’incendio o esplosione derivanti dal pessimo stato di manutenzione o dall’imperizia nell’impiego di impianti e strumentazione”.

In altre parole il rischio elettrico sta a rappresentare il rischio potenziale a cui tutti gli operatori elettrici possono andare incontro durante lo svolgimento del proprio lavoro. Per operatori elettrici si intendono: 

  • elettricisti; 
  • impiantisti;
  • installatori;
  • addetti alla manutenzione.

Normativa di riferimento

Di rischio elettrico ne parla la Legge n. 46 del 5 marzo 1990, che venne poi abrogata dal decreto legislativo D.lgs 37 del 2008. Successivamente l’argomento venne affrontato in maniera specifica dal Testo Unico per la Sicurezza che ha stabilito: 

  • obblighi del datore di lavoro; 
  • requisiti di sicurezza; 
  • sanzioni. 

 

Lo svolgimento dei lavori elettrici viene poi regolamentato in maniera specifica dalla IV edizione della Norma CEI 11-27, la quale:

  • definisce le figure responsabili dei lavori elettrici; 
  • definisce il lavoro elettrico; 
  • introduce la distanza DA9 per i lavori non elettrici; 
  • modifica la distanza di lavoro sotto tensione e a bassa tensione; 
  • porta innovazione nella modulistica dei lavori. 

 

Inoltre sempre la normativa impone l’obbligatorietà del corso PES, PAV e PEI

Valutazione del rischio elettrico

La valutazione del rischio elettrico dovrebbe essere fatta dalle figure che il corso pes pav pei – cei 11-27 forma. Essa è indispensabile nel momento in cui ci si trova in presenza di lavoratori che sono ad operare nelle vicinanze di una fonte di energia elettrica. 

Tale valutazione si rivela indispensabile perchè tali soggetti lavoratori sono particolarmente esposti al rischio di elettrocuzione. In presenza di tali lavori si possono verificare incendi ed esplosioni, dovuti a volte a un cattivo stato di manutenzione degli impianti. 

Solo valutando il rischio elettrico sarà possibile mettere in atto tutte le  procedure necessarie per salvaguardare sicurezza e salute di ogni singolo lavoratore. 

Conseguenze rischio elettrico

Il corso aggiornamento PES PAV PEI previsto proprio dal Testo Unico per la Sicurezza sul Lavoro serve alle figure citate a restare sempre aggiornati e ad affrontare il rischio elettrico nel migliore dei modi, per limitare al massimo possibili infortuni e problematiche di qualunque genere. 

Perchè le conseguenze del rischio elettrico possono mettere in serio pericolo l’incolumità del lavoratore e di tutti coloro che possono trovarsi in prossimità del cantiere. Uno dei maggiori pericoli che derivano dall’utilizzo di un impianto elettrico è la folgorazione, ossia il corpo umano che viene attraversato da una scarica elettrica. 

Le conseguenze in caso di folgorazione possono andare l’ustione del corpo  con distruzione e danneggiamento di arti e arterie. La tetanizzazione è un’altra possibile conseguenze e cioè la contrazione involontaria dei muscoli interessati dal passaggio della corrente. 

Fino all’arresto respiratorio e alla fibrillazione ventricolare. 

La folgorazione è una delle conseguenze, infatti ancora più comuni, come detto in precedenza, sono gli incendi e le esplosioni. Generalmente tali eventi disastrosi possono essere causati da: anomalia all’impianto elettrico, un corpo circuito, un calore molto elevato, la vaporizzazione dei metalli e il sovraccarico di corrente. 

Ognuna delle conseguenze del rischio elettrico possono essere tenute sotto stretto controllo dalle figure del PES, PAV e PEI. 

Crediti formativi

Chi è nel mondo universitario o comunque ci è stato sa bene quanto i crediti formativi universitari siano importanti. Il piano di studi viene rigidamente scandito dalla conquista dei crediti che in genere vengono associati o al superamento di un esame o allo svolgimento di un’attività extracurriculare come sono i corsi di formazione come ad esempio la certificazione informatica o i periodi di tirocinio. 

 

La quantità di crediti formativi universitari  di cui si ha bisogno per il conseguimento della laurea variano da istituto a istituto. Ma tu sai realmente come funzionano i crediti formativi universitari? Se vuoi maggiore chiarezza in merito ti consigliamo di continuare a seguirci. 

Crediti formativi universitari: cosa sono

È stato il decreto ministeriale del 3 novembre 1999 n.509 a introdurre quelli che sono conosciuti come crediti formativi universitari. Lo scopo di questa introduzione è stato quello di offrire in numeri un quantitativo del lavoro svolto dallo studente in tutto l’arco del suo percorso di studi. 

 

Essi stanno ad indicare sostanzialmente tutte le ore che sono state passate in aula a fare lezione, ma anche quelle passate a studiare a casa, all’interno dei laboratori o svolgendo stage di qualunque genere. Insomma i crediti formativi universitari dovrebbero essere indice di preparazione di uno studente poi divenuto professionista. 

 

Un percorso di studi che viene poi preso in considerazione anche nel momento in cui si concorre per un posto di ruolo, come succede con le graduatorie d’istituto

 

Come detto in apertura, il quantitativo di crediti formativi universitari varia a seconda dell’istituto, ma la totalità delle università nè prevede l’utilizzo e il bisogno per conseguire la laurea. Questo vale tanto per le università fisiche, quanto per quelle telematiche. 

Come funzionano i crediti formativi universitari

Quindi che i crediti formativi universitari siano insiti nell’organizzazione proprio del percorso di studi a questo punto dovrebbe essere chiaro, ma in che modo funzionano? Ad ogni esame che viene affrontato corrisponde un certo numero di crediti i quali si possono ottenere solo nel momento in cui l’esame viene superato, indipendentemente dal voro conseguito.

 

Per il conseguimento dei crediti formativi universitari, l’esame può essere: 

  • orale; 
  • scritto; 
  • richiedere la partecipazione a un’attività professionale. 

 

Ogni dipartimento in genere riconosce un certo numero di crediti per ogni esame e per ogni attività, anche se in linea di massima non si possono superare i 12 crediti per ogni  voce prevista nel percorso di studi.  

 

In linea di massima il numero di crediti formativi che si ottiene alla fine di un percorso di studi sono: 

  • 180 per le lauree triennali; 
  • 120 per le lauree magistrali; 
  • 360 per i percorsi quinquennali di medicina, chirurgia e giurisprudenza; 
  • 300 per i percorsi magistrali in medicina, chirurgia, giurisprudenza.  

 

Come anticipato in precedenza il numero di crediti formativi universitari sono importanti anche una volta concluso il percorso di studi. Non a caso una professione come l’insegnante, richiede, anche dopo il conseguimento della laurea una serie di corsi di formazione per docenti che vanno a rafforzare i numeri di crediti posseduti, indispensabili per presentarsi ai concorsi come insegnanti e per salire nelle graduatorie. 

 

A tal proposito non sono da dimenticare anche i crediti formativi riconosciuti per ogni master a cui si prende parte al fine di arricchire la propria preparazione, affinarla o mantenersi costantemente aggiornati. 

Come ottenere crediti formativi universitari

Lo abbiamo già accennato in precedenza, ma lo ripetiamo volentieri. I crediti formativi universitari si possono conseguire solo sostenendo tutti gli esami che il percorso universitario prevede.

 

Ognuno di essi può avere un valore molto basso che però non può scendere al di sotto del 3 o un valore massimo di 12. Ma, sempre come abbiamo più volte accennato, questo non è certo l’unico modo che si ha per conseguire i crediti formativi universitari. 

 

Ogni piano di studi, infatti, prevede lo svolgimento di attività extracurricolari, come possono essere dei corsi di formazione, ma anche dei laboratori, tirocini e stage di qualunque genere. Per attività lavorative come quella dell’insegnante l’importanza dei crediti formativi non si esaurisce al conseguimento del titolo di studi, ma va ben oltre e se ne tiene conto anche per accedere alle graduatorie. 

 

Graduatorie in cui si considerano anche i master, i corsi di aggiornamento e altri corsi di formazione. 

Norma CEI 11-27

La norma CEI 11-27 è quella che regola i lavori sugli impianti elettrici. Quest’anno ne è uscita una nuova versione che sostituisce completamente quella prevista nel lontano 2014. La norma è sicuramente uno dei pilastri fondamentali per i lavori sugli impianti elettrici. La nuova versione, revisionata, aggiornata e corretta, prevede una serie molto interessante di principi e novità fondamentali a garantire un luogo di lavoro sicuro ed efficiente sotto ogni punto di vista. Vediamo quindi di capire meglio quali novità sono state introdotte e la sfera di interesse.

Norma CEI 11-27Norma CEI 11-27: cos’è e a cosa si riferisce

La norma CEI 11-27 è, da sempre, il punto di riferimento in campo di applicazione dei lavori elettrici. La legge prende in considerazione “tutte quelle operazioni ed attività di lavoro sugli impianti elettrici, ad essi connesse e vicino ad essi”. Una norma realizzata per prevedere e garantire la sicurezza elettrica sui luoghi di lavoro e mettere al riparo persone e cose dal rischio elettrico.

Anche nel Testo Unico sulla sicurezza sui luoghi di lavoro sono presenti espliciti riferimenti alla norma CEI 11-27. In particolare gli articoli 80, 82 e 83 del D. Lgs. 81/2008 chiariscono, in modo inequivocabile, che è necessario rifarsi alla norma CEI 11-27 per la scelta delle misure di sicurezza elettrica. Per fare un esempio, riportiamo parte del testo dell’articolo 82 del Decreto Legislativo 81/2008. L’articolo in questione vieta l’esecuzione dei lavori elettrici sotto tensione, consentendone, tuttavia, l’esecuzione quando i lavori sono eseguiti nel rispetto di alcune condizioni. Le condizioni necessarie si riferiscono ai sistemi di categoria 0 e 1:

“… L’esecuzione di lavori su parti in tensione sia affidata a lavoratori riconosciuti dal datore di lavoro come idonei per tale attività secondo le indicazioni della pertinente normativa tecnica”.

È grazie all’interpello n°3/2012 del 22 novembre 2012 che è stato specificato che “la norma tecnica” alla quale l’articolo del decreto fa riferimento, è proprio la norma CEI 11-27.

Norma CEI 11-27: novità e aggiornamenti sui lavori elettrici

Conoscere a fondo la norma CEI 11-27 è quindi indispensabile a garantire la sicurezza elettrica sui luoghi di lavoro. Per questo motivo esiste uno specifico corso pes pav pei – cei 11-27 che serve ad insegnarne i contenuti e i fondamenti e un altrettanto importante corso aggiornamento PES PAV PEI obbligatorio per chi esegue e opera lavori elettrici, per l’aggiornamento periodico dell’attestato pes pav pei, in scadenza ogni 5 anni.

Gli aggiornamenti periodici sono molto importanti, soprattutto adesso che è entrata in vigore la nuova norma CEI 11-27. Legge che è stata revisionata e aggiornata e ha portato all’attenzione degli operatori del settore diverse importanti novità. Tra queste ricordiamo:

  1. aggiornamento delle definizioni di RI, URL e PL
  2. precisazioni in merito al lavoro elettrico e ai controlli funzionali (misure elettriche)
  3. puntualizzazione riguardanti l’organizzazione dei lavori elettrici e le relative comunicazioni
  4. inserimento di alcune spiegazioni inerenti la formazione dei lavoratori addetti ai lavori elettrici (PES e PAV)
  5. introduzione della cadenza quinquennale dell’aggiornamento della formazione degli addetti ai lavori elettrici
  6. aggiornamento delle esclusioni dei lavori sotto tensione
  7. inserimento dell’Allegato H “Ulteriori informazioni per il lavoro in sicurezza”.

Cei 11 27 formazione addetti ai lavori elettrici 

Quindi, la nuova norma CEI 11-27 prevede anche una sezione dedicata all’inserimento di alcune spiegazioni inerenti la formazione dei lavoratori addetti ai lavori elettrici (PES e PAV). La categoria non prevede variazioni sostanziali sulla formazione degli addetti ai lavori elettrici (PES e PAV), che rimane ancora suddivisa nei seguenti livelli:

  • 1A
  • 2A
  • 1B
  • 2B

Però specifica che l’attività formativa è ora possibile attraverso modalità alternative rispetto al passato. Oggi, infatti, è possibile seguire un corso PES PAV e PEI mediante corsi frontali e corsi a distanza (FAD, vale a dire corsi in videoconferenza o in e-learning).

Infine è previsto ancora che gli addetti ai lavori elettrici svolgano periodicamente, a distanza di cinque anni, un aggiornamento in materia di sicurezza elettrica. Formazione di almeno quattro ore, in presenza, oppure a distanza. In questo modo la nuova norma precisa un obbligo che, in via generale, già era precedentemente previsto dal D. Lgs. 81/08. Una specifica che fornisce indicazioni allineate alle periodicità dell’aggiornamento della Formazione sulla Sicurezza previsto per i lavoratori dall’Accordo Stato Regioni del 21/12/11.

Sicurezza elettrica

La sicurezza è un argomento molto importante e sempre attuale. Per parlare di sicurezza occorre, prima di tutto, specificare quale oggetto è necessario rendere sicuro e in relazione a quale evento. Quando si tratta di sicurezza elettrica sono quindi presi in considerazione diversi elementi: dispositivi ed impianti elettrici, componenti degli stessi impianti, persone, edifici, ecc… Per quanto riguarda invece gli eventi, sono molteplici e hanno diversa natura. Particolare attenzione è riservata alla sicurezza elettrica nei confronti di persone e operatori professionali. Il rischio elettrico è sempre in agguato nei cantieri e nelle aziende e per questo l’attenzione deve sempre essere alta e le precauzioni molto rigide. Vediamo quindi di definire meglio il concetto di sicurezza elettrica e di scoprire quali sono le migliori prevenzioni da adottare e le misure di protezione totale e parziale da seguire.

Sicurezza elettrica: definizione del concetto di base

Prima di addentrarci a scoprire nel dettaglio quali sono le misure di sicurezza elettrica da adottare nelle aziende, vediamo di dare una spiegazione e una descrizione più dettagliata del concetto di sicurezza.

Per farlo prendiamo in considerazione una serie di N componenti appartenenti allo stesso tipo e aventi le stesse caratteristiche. Per tali componenti è possibile che si verifichi un determinato guasto che, a sua volta, produce un incidente. Dopo un certo tempo T di funzionamento, si avranno un numero n di oggetti per i quali tale guasto non si è ancora verificato. La sicurezza elettrica S di uno qualunque di questi componenti, rispetto all’evento sfavorevole provocato dal guasto, è pari alla seguente equazione:

S = n/N

S dipende dal tempo di esposizione al rischio. A mano a mano che il tempo passa e i componenti rimangono maggiormente esposti al rischio, il numero di oggetti n che non hanno ancora subito guasti, diminuisce. Di conseguenza si riduce anche il valore e il livello di  S, cioè della sicurezza elettrica.

Sicurezza elettrica

Da quali fattori dipende la sicurezza elettrica sui luoghi di lavoro

Della sicurezza elettrica si studiano diversi elementi: i fattori di rischio, gli elementi che possono subire danni e provocare incidenti, la ricorrenza e la frequenza, persone e cose che possono essere coinvolte in situazioni pericolose, ecc… Esistono specifici corsi formativi che servono ad insegnare al personale che svolge lavori elettrici, quali sono i rischi a cui si espongono e quali i pericoli che devono essere prevenuti e/o contenuti. Ad esempio il corso pes pav pei – cei 11-27 di Agatos Service, serve a spiegare al meglio la normativa di riferimento sulla sicurezza elettrica (Norma CEI 11-27). Mentre il corso di aggiornamento PES PAV PEI è uno step indispensabile agli operatori del settore per provvedere all’aggiornamento periodico dell’attestato pes pav pei in scadenza ogni 5 anni.

Ogni nozione insegnata relativamente alla sicurezza elettrica, prende sempre in considerazione i diversi fattori dai quali dipende. Tra questi abbiamo:

  • Condizioni d’impiego– specificate dai costruttori dell’apparecchiature e conformi alle norme relative agli strumenti in questione.
  • Condizioni di installazione – specificate dai costruttori dell’apparecchiature e conformi alle norme relative agli strumenti in questione.
  • Manutenzione ordinaria
  • Manutenzione straordinaria

Ciascuno di questi elementi concorre al corretto funzionamento di ogni singolo elemento costitutivo di un impianto elettrico e, quindi, della sua relativa sicurezza elettrica.

Sicurezza elettrica: prevenzione e misure di protezione totale e parziale

La sicurezza elettrica sui luoghi di lavoro è di fondamentale importanza, così come attestato anche nell’articolo 80 del Decreto Legislativo 81/2008. In questo particolare articolo è definito l’obbligo in carico al datore di lavoro di dover prendere le misure necessarie: “… affinché i lavoratori siano salvaguardati dai tutti i rischi di natura elettrica connessi all’impiego dei materiali, delle apparecchiature e degli impianti elettrici messi a loro disposizione.”

Come specificato in un nostro precedente articolo: “corso pes pav pei: cos’è, a chi si rivolge e perché è importante” la sicurezza elettrica è argomento di molteplici corsi formativi di assoluta e fondamentale importanza per assicurare un’attività lavorativa al riparo da rischi, incidenti e infortuni, causati da danni elettrici.

Le protezioni che possono essere assunte per raggiungere tale obiettivo, sono molteplici. Possono avere natura totale o parziale:

  • protezione totale – si tratta di soluzioni destinate a proteggere impianti elettrici accessibili a tutti. È realizzata mediante isolamento non rimovibile delle parti attive. Si tratta di barriere resistenti a sforzi meccanici, elettrici e termici, realizzate con appositi involucri.
  • protezione parziale – in questo caso è la protezione destinata ad impianti accessibili solo al personale autorizzato e addestrato. È realizzata con barriere e ostacoli posti ad impedire il contatto accidentale e l’avvicinamento casuale a parti attive durante lavori sotto tensione o di manutenzione. Sono dispositivi fissati per evitare la rimozione accidentale.
Corso CLIL

La sigla CLIL indica un approccio di apprendimento innovativo che è stato introdotto anche in Italia, da circa un decennio. CLIL significa Content and Language Integrated Learning e prevede l’insegnamento di materie non linguistiche in lingua straniera.

Cos’è corso CLIL

Il corso CLIL si compone di una serie di lezioni, teoriche e pratiche, al termine delle quali si riceve una certificazione valida per insegnare materie curriculari, umanistiche e scientifiche, in lingua straniera.

Questo approccio all’insegnamento delle lingue straniere è molto utile per gli studenti: innanzitutto, può essere applicato nei diversi gradi di scuola, dalla scuola primaria all’ università. Non si tratta di un approccio classico, in cui il docente si preoccupa che gli studenti apprendano dettagli fondamentali di una lingua, come la grammatica, il lessico e la morfologia, ma affronta con gli allievi un argomento scolastico non in italiano.

Potrebbe quindi ad esempio, affrontare una lezione di storia in inglese, o di matematica in spagnolo. In questo modo, il CLIL stimola l’apprendimento della lingua in un modo più fluido e interattivo, spingendolo a migliorare le capacità di ascolto e di comunicazione.

A chi è rivolto il corso CLIL?

Trattandosi di un approccio all’insegnamento, i destinatari del corso CLIL sono i docenti. In particolare:

  • insegnanti di discipline non linguistiche provenienti da scuole secondarie di II grado
  • insegnanti di lingua straniera di scuole secondarie di I e di II grado
  • insegnanti della scuola primaria che desiderano introdurre il CLIL in via sperimentale nelle proprie classi
  • neolaureati che vogliono diventare insegnanti al pari di quelli appena citati.

I requisiti che ognuno di questi candidati deve avere sono:

  • possesso di un diploma di laurea, diploma di laurea di primo livello ovvero laurea magistrale o specialistica conseguita secondo l’ordinamento antecedente e successivo al DM 509/99
  • possesso di competenze linguistico-comunicative nella lingua straniera veicolare almeno a livello B2 o C1
  • possesso di competenze metodologico-didattiche acquisite attraverso un corso di perfezionamento erogato dall’università che offra almeno 60 crediti formativi.

Il corso CLIL: struttura e argomenti

Il corso CLIL consente di ottenere l’omonima certificazione riconosciuta dal MIUR. Una volta che l’insegnante acquisisce tutte le abilità fornite dal corso, può insegnare una disciplina non linguistica in lingua straniera in scuole primarie e secondarie, di I e II grado.

Possedere questa certificazione potrebbe rivelarsi utile in caso di graduatorie scolastiche, concorsi pubblici, o per insegnare in scuole straniere.

Il Corso è suddiviso in sei aree che comprendono tematiche di interesse generale, basi psicopedagogiche di didattica, fondamenti di linguistica e applicativi per imparare a insegnare secondo l’approccio CLIL, approfondimento della lingua straniera.

E’ poi previsto un Modulo 7 a scelta del partecipante in base alla lingua che vuole approfondire e un Laboratorio disciplinare. Il monte ore del corso è di 1.500 ore.

Al termine del corso, lo studente sarà sottoposto a una prova finale che consisterà nell’elaborazione e discussione di una tesi basata su una lezione CLIL in una specifica disciplina non linguistica.

In caso di esito positivo della prova finale, sarà rilasciato il Diploma di Corso di Perfezionamento in “Metodologia CLIL e didattica dell’insegnamento”.

BES e DSA significato

Da circa un decennio la scuola italiana si sta rendendo sempre più sensibile all’argomento dei disturbi dell’apprendimento e delle disabilità. Oggi, infatti, possiamo contare sul supporto di insegnanti qualificati che possono accompagnare l’alunno nel suo percorso scolastico, fino a raggiungere i suoi obiettivi di apprendimento.

Gli studenti con BES e DSA sono sempre più numerosi, un po’ per i nuovi metodi per la diagnosi dei disturbi, un po’ perché non si tratta più di argomenti tabù. E’ stato necessario, negli anni, ripensare alle modalità di insegnamento per favorire l’inclusione di questi ragazzi e tenerli al pari con il piano di studi dei loro compagni.

A questo proposito, abbiamo deciso di dedicare un articolo a questo argomento, evidenziando le differenze tra BES e DSA e andando ad analizzare le normative del MIUR circa i metodi di didattica inclusiva.

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BES e DSA: quali sono le differenze?

BES e DSA: cosa si indica con questi termini? Perché è importante distinguerli?

Innanzitutto, non si tratta della stessa cosa: non sono tutti dislessici allo stesso modo, come molte persone erroneamente pensano. L’acronimo DSA indica una serie di disturbi specifici dell’apprendimento, come dislessia, disgrafia, discalculia. Riguardano quindi principalmente l’andamento a scuola e nello studio.

BES, invece, indica un gruppo di studenti molto più complesso. I ragazzi con BES, infatti, sono alunni con bisogni educativi speciali, quindi con disabilità, difficoltà socioculturali, linguistiche, Disturbi Specifici dell’Apprendimento o problematiche simili.

Per riassumere, possiamo dire che DSA è un disturbo dell’apprendimento, BES indica un bisogno specifico dello studente. Mentre i DSA vengono diagnosticati da professionisti neuropsichiatri, i BES no e non esistono certificazioni che attestano un bisogno educativo speciale, in quanto sono innescati dalla condizione dello studente.

La distinzione è fondamentale per creare dei percorsi personalizzati per i singoli alunni, garantendo la migliore istruzione e inclusione possibile.

La normativa del MIUR per alunni con BES e DSA

Nel 2012, il MIUR ha emanato una Direttiva che approfondiva alcuni aspetti della legge 170/2010, la quale regolamenta le attività didattiche degli alunni con BES e DSA. La direttiva portava come titolo Strumenti d’intervento per gli alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica ed era atta a disciplinare le attività didattiche inclusive.

Veniva offerta una definizione dettagliata di BES, insieme ad una lista di difficoltà che questi alunni potevano incontrare. Per garantire loro la migliore istruzione, gli insegnanti dovevano essere preparati per portare un supporto speciale e personalizzato agli studenti.

Ogni insegnante è tenuto quindi a seguire dei programmi di studio e specializzazione specifici, per poter coprire il ruolo di tutore per ragazzi con BES.

Per quanto riguarda i ragazzi con DSA, la legge 170/2010 offriva una definizione di alcuni disturbi molto comuni, quali la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia ed emanava i principi del diritto allo studio di alunni con DSA. A ogni studente con disturbi dell’apprendimento spetta un percorso personalizzato efficace per metterlo alla pari con gli altri compagni.

Il MIUR ha offerto anche delle linee guida per generare piani didattici personalizzati basati su misure compensative e dispensative. Ciò significa che se da una parte vengono forniti agli alunni strumenti didattici per compensare i deficit dell’alunno, dall’altra egli deve essere esonerato da certi compiti, per non creare situazioni penalizzanti o di disagio.

La consapevolezza circa i disturbi dell’apprendimento sta aumentando di anno in anno e le soluzioni per garantire il successo di tutti gli alunni sono sempre più all’avanguardia. I docenti devono seguire percorsi specifici per supportare lo studio di questi ragazzi e non mancano poi soluzioni che coinvolgono anche i compagni e i familiari. L’obiettivo è quello di garantire la massima integrazione scolastica.

didattica inclusiva bes dsa

A giugno del 2021, è stato emanato, dal Ministero dell’Istruzione, il Decreto Ministeriale n. 188 circa la formazione del personale docente ai fini dell’inclusione degli alunni con disabilità.

Il decreto era stato previsto per la fine di gennaio 2021, accompagnato da un fondo di 10 milioni di euro da investire nella didattica inclusiva BES DSA. Ad oggi però i docenti sono ancora in attesa di ulteriori indicazioni circa lo svolgimento delle attività formative e le altre modalità per garantire l’inclusione agli studenti con bisogni educativi speciali.

Il monte ore delle lezioni è attualmente fissato in 25 ore, da svolgersi entro la fine del 2021.

BES e DSA: quali sono le differenze?

Importante al fine di comprendere appieno il Decreto Ministeriale n. 188 è la differenza tra BES e DSA. Cosa si indica con questi termini?

Con la sigla BES indichiamo i bisogni educativi speciali, che vanno a individuare quegli alunni che non solo necessitano di sostegno nello studio a scuola, ma anche di attenzioni ulteriori per via di uno svantaggio sociale, culturale, economico o linguistico.

I disturbi legati ai BES non sono solo quindi esclusivamente di tipo scolastico, ma riguardano l’individuo anche fuori dalle istituzioni educative.

DSA, invece, indica una serie di disturbi specifici dell’apprendimento quali il disturbo specifico di lettura, della compitazione, delle abilità scolastiche, aritmetiche ecc. Tra questi sono quindi inclusi dislessia, disgrafia, discalculia e molti altri.

Che cos’è il Decreto Ministeriale n. 188?

Il Decreto ministeriale n. 188, come anticipato, disciplina le modalità di intervento di formazione obbligatoria degli insegnanti che presentano nelle loro classi alunni con disabilità, per l’anno scolastico 2021/2022. L’obiettivo è quello di includere nell’apprendimento questi studenti e garantire loro la migliore istruzione.

Gli interventi si divideranno in unità formative della durata complessiva di 25 ore, da svolgere in presenza o a distanza. Secondo il Decreto, saranno necessarie anche prove pratiche di sperimentazione didattica e corsi di approfondimento personale e collegiale, il tutto osservato e documentato dalla scuola stessa.

A chi è rivolto il Decreto Ministeriale n. 188?

Le attività formative appena indicate sono destinate al personale docente nelle cui classi vi siano alunni con disabilità. In particolare, è rivolto a quegli insegnanti che non possiedono un titolo di specializzazione sul sostegno.

Gli insegnanti sono obbligati a seguire le attività formative, in nessun caso è previsto l’esonero dal servizio. E’ responsabilità del Dirigente scolastico assicurarsi che gli insegnanti prendano parte allo svolgimento delle attività formative.

Come avverrà il monitoraggio delle attività?

Il monitoraggio qualitativo dei percorsi di formazione avviene secondo le disposizioni fornite dalla Direzione generale per lo studente, l’inclusione e l’orientamento scolastico, presso la quale è costituito un Comitato tecnico-scientifico nazionale, per il coordinamento e il supporto delle attività indicate dal Decreto.

Ogni Ufficio scolastico regionale presenterà quindi il suo Comitato tecnico-scientifico, il quale farà riferimento ai Dirigenti scolastici delle Scuole-polo per la formazione e ai Gruppi di lavoro interistituzionali regionali.

Indicazioni sulle risorse finanziarie per la didattica inclusiva

Il Decreto Ministeriale n. 188 cita anche l’argomento delle risorse finanziarie, destinate alle finalità di formazione degli insegnanti per la didattica inclusiva BSE DSA. Come già anticipato, sono già stati stanziati 10 milioni di euro per l’anno 2021, ripartiti tra le Scuole-polo regionali per la formazione dei docenti.

La somma di denaro destinata alla singola scuola dipende dalla percentuale di docenti non in possesso del titolo di specializzazione, che insegnano in classi con alunni con disabilità. Sarà quindi necessario operare un censimento e raccogliere informazioni circa la situazione della didattica inclusiva nella scuola.

agatos service assistal

Si tratta di un progetto formativo per tecnici saldatori che fornisce una qualificazione professionale e chance occupazionali presso le imprese operanti nel comparto impiantistico

ROMA – Assistal, l’Associazione nazionale costruttori di impianti, dei Servizi di Efficienza Energetica – ESCo e Facility Management nata nel 1946 e aderente a Confindustria, insieme alla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale – ente no profit che opera senza vincoli territoriali nei campi della Sanità, della Ricerca scientifica, dell’Assistenza alle categorie sociali deboli, dell’Istruzione e Formazione, dell’Arte e Cultura – danno il via al progetto “Training for inclusion of welders”.
Il progetto è finalizzato a favorire l’integrazione sociale di persone in condizioni di fragilità, quindi a fornire una qualificazione professionale e chance occupazionali presso le imprese operanti nel comparto impiantistico. Da una recente indagine, si evince che tra le diverse figure professionali, i “saldatori” qualificati sono molto richiesti dalle imprese, pertanto Assistal ha scelto di creare un piano formativo focalizzato sulle tecniche “MIG/MAG a filo continuo”; al termine delle attività didattiche sarà previsto un esame finale, con conseguimento della qualifica di saldatore.

Il progetto formativo per tecnici saldatori è articolato in varie fasi: nella prima fase avviata il 15 giugno, Agatos Service Srl, partner specialista nell’erogazione di “servizi speciali dedicati alla persona”, ha avviato i primi colloqui a Mazara del Vallo (TP), cui seguirà una fase di orientamento degli allievi prima dell’inizio delle attività formative.  Nel mese di agosto, Assistal con la collaborazione di CFS Group Srl, azienda leader nel settore della saldatura, avvierà le prime lezioni del progetto formativo “Training for inclusion of welders”.

“Le azioni previste nel progetto sono concepite in modo integrato per agevolare gli allievi e offrire il massimo sostegno durante  l’intero percorso educativo e formativo, infatti saranno guidati nella prima fase di orientamento e  nelle successive fasi di apprendimento teorico e pratico; l’ampio ricorso a metodologie laboratoriali consentirà ai partecipanti di acquisire le necessarie abilità professionali, da consolidare nel successivo periodo di stage, concepito per offrire una esperienza significativa in azienda. La fase conclusiva di accompagnamento restituirà ai partecipanti un bilancio delle competenze acquisite utile per effettuare le successive scelte professionali”, afferma Assistal. L’associazione realizza costantemente percorsi educativi e formativi, volti a promuovere la cultura, a creare nuove identità professionali, a rafforzare le competenze di persone occupate, non occupate, disoccupate; nel corso degli anni ha portato a termine con successo percorsi dedicati anche alle categorie svantaggiate, sostenendo le persone più fragili come quelle dell’Istituto penitenziario Roma Rebibbia, per il successivo reinserimento sociale e professionale. Assistal, da anni è impegnata a contrastare la emarginazione sociale al fine di promuovere una crescita inclusiva.

“Siamo molto contenti” – ha affermato Angelo Carlini, presidente Assistal – “di intraprendere questo nuovo progetto insieme alla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale che ringrazio per il supporto. Sono convinto che per consentire a tutte quelle persone di realizzarsi e di entrare a pieno nella nostra società, sia necessario favorire il binomio indissolubile tra integrazione e qualificazione. Il progetto appena inaugurato risponde a tutte le necessità, a partire da quelle delle persone coinvolte fino a quelle delle imprese del comparto che hanno bisogno di lavoratori altamente qualificati e specializzati”.

“La Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale ha sposato con convinzione questo progetto, perfettamente in linea con gli obiettivi che la nostra azione da sempre persegue – ha commentato il presidente Emmanuele F. M. Emanuele –. La formazione sul campo, così come l’istruzione universitaria e post-universitaria, rientrano, per mia precisa volontà, tra le nostre priorità statutarie. Sono infatti persuaso che per combattere le gravi emergenze che ci affliggono, ovvero la disoccupazione, la povertà educativa e le diseguaglianze sociali, sia assolutamente prioritario fornire ai giovani gli strumenti e le competenze per poter trovare un lavoro e rendersi indipendenti, senza ricorrere al semplice assistenzialismo che, purtroppo, è una misura emergenziale e ha valenza soltanto nel breve periodo. Il fatto, poi, che questo progetto si rivolga a stranieri immigrati in regola con il permesso di soggiorno, è particolarmente significativo perché unisce al valore della formazione anche quello dell’inclusione e della coesistenza dei popoli”.

Come diventare coordinatore alla sicurezza

Il D.Lgs 81/2008 tratta anche le normative relative alla sicurezza nei cantieri edili. In questi luoghi di lavoro, infatti, non solo vi sono numerosi rischi per la salute dei lavoratori, ma spesso più aziende guadagnano l’appalto del cantiere e devono collaborare nello stesso luogo.

Ciò significa che, in merito alla sicurezza, serve una figura professionale che si preoccupi di coordinare le varie attività del cantiere, con un occhio di riguardo all’incolumità degli addetti.

Per ridurre considerevolmente i rischi legati al lavoro nei cantieri edili, il D.Lgs 81/2008 ha introdotto due figure fondamentali: i coordinatori della sicurezza nei cantieri.

I coordinatori sono di due tipi: CSP e CSE, ovvero rispettivamente il coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione e il coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione.  Il coordinatore per la progettazione ha il compito di redigere il POS, Piano Operativo di sicurezza, dove sono previsti i rischi specifici legati alle operazioni in cantiere.

Invece, il coordinatore della sicurezza in fase esecuzione deve preoccuparsi dell’attuazione di questo piano.

Requisiti Minimi del Coordinatore per la Sicurezza

Trattandosi di figure professionali molto importanti per la sicurezza nei cantieri, i coordinatori per la sicurezza devono presentare dei requisiti minimi, come specificato nel Testo Unico per la Sicurezza:

  • Aver conseguito almeno il diploma di Geometra, Perito industriale, Perito agrario, Perito Agrotecnico o una laurea triennale o magistrale in facoltà come Scienze dell’Architettura e dell’Ingegneria Edile, Ingegneria dell’Informazione, Ingegneria Civile e Ambientale e molte altre simili;
  • Aver maturato esperienza documentata nel settore delle costruzioni (edilizia)
  • Aver concluso un Corso per Coordinatore della Sicurezza con verifica finale dell’apprendimento.

Il corso di Coordinatore della Sicurezza CSP CSE

Tra i requisiti minimi per diventare coordinatori per la sicurezza sui cantieri, vi è il corso di coordinatore della sicurezza CSP CSE.

Per conseguire l’attestato è necessario frequentare 120 ore di apprendimento con verifica finale delle conoscenza acquisite. Il corso può essere organizzato dalle regioni, dall’ISPESL, dall’INAIL, dall’Istituto italiano di medicina sociale, dagli ordini o collegi professionali, dalle Università, oppure ancora dalle Associazioni Sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori o da Organismi paritetici istituiti nel settore dell’edilizia.

Il corso prevede una parte teorica e una pratica ed è quindi fondamentale la presenza in aula.

Nomina del Coordinatore della Sicurezza CSP CSE

Quando si decide di costruire qualunque edificio, vi è sempre un committente, ovvero colui che richiede il lavoro e che sceglie anche a quali aziende affidarsi per ultimare il progetto. La nomina del coordinatore della sicurezza per la progettazione e il coordinatore sicurezza per l’esecuzione è obbligatoria qualora nel cantiere vi siano due o più imprese esecutrici.

La nomina non è, invece, necessaria quando il committente si affida a una sola impresa esecutrice. Anche nel caso in cui vi sia un’impresa affidataria che subappalta i lavori ad un’altra impresa non è necessaria la nomina di coordinatore della sicurezza. Tuttavia, in quest’ultimo caso, la prima impresa, quella che offre il subappalto, non deve mai presentarsi in cantiere.

Inoltre, vi è un altro caso in cui la nomina del CSP non è necessaria: quando i lavori privati sono di importo inferiore ai 100.000 euro. Nel caso appena illustrato, è sufficiente nominare un CSE.

La nomina dei coordinatori per la sicurezza è responsabilità del committente del lavoro. Anche se i coordinatori per la sicurezza sono gli stessi per tutte le imprese coinvolte nei lavori, ognuna di loro avrà il suo personale Piano Operativo di sicurezza, in quanto ognuna delle mansioni potrebbe presentare dei rischi diversi.